L'evoluzione dei carri trionfali nel tempo
Un viaggio tra storia e devozione
Secondo Giuseppe Pitrè, il medico antropologo che ha collezionato usi, costumi, personaggi e giochi siciliani, a Palermo c’era un detto, “mi cunti li cincu jorna di lu fìstinu”, ovvero non esiste nulla al di fuori di quei giorni di cui si sa tutto.
Questo perché Palermo ha sempre ritrovato nelle sue pieghe, il Festino, la santa.
E da quel lontanissimo 1624 in cui le reliquie ritrovate su Monte Pellegrino (“inventione”) furono portate in giro per la città debellando la peste – come vuole la leggenda – ha sempre reso omaggio alla sua patrona: quando ancora i resti ritrovati erano allo studio delle autorità religiose, già il Senato aveva ufficializzato la “patrona” e aveva fatto voto di festeggiamenti annuali.
Il primo “Festino” è del 1625, tra apparati, percorso, musicanti e luci, i banditori vocìano, nessuno dovrà vestire “l’habito di lutto”; nel 1631 si inseriscono alcuni “apparati” effimeri, altari e”machine”.
Non esiste ancora il “carro trionfale” che farà la sua comparsa nel 1686: il Senato ne affida a Paolo Amato il disegno, un’enorme conchiglia rovesciata e dorata su cui svetta l’aquila, simbolo della città.
Sotto la conchiglia, suonano ventidue musici, ai lati si sono sistemati tre cori.
Ma è soprattutto la Santa a meravigliare: bionda, elegante, con la corona di rose e il giglio candido, e ha in mano una bandiera.
Il carro è trainato da dodici cavalli travestiti da orsi, leoni ed elefanti.
È il trionfo dell’apparato scenografico barocco, grandioso, gradasso, polvere dorata gettata negli occhi del popolino; oggi si parlerebbe di richiamo al sentimento religioso nella ricerca di un’identità collettiva.
La festa dura cinque giorni, l’11 luglio il Carro sale da Porta Felice verso Porta Nuova, per poi tornare verso il mare.
Fino ai primi del Settecento, il corteo è formato da cinque carri: quattro piccoli – in cui sono rappresentati episodi di vita della santa - e uno più grande con il Trionfo della patrona.
Da allora in poi i “carri” divengono sempre più scenografici, raccontati da scrittori e poeti stranieri del Grand Tour, ammaliati dalla festa popolare, dalla devozione di uomini e donne, degli impianti altissimi: la tradizione si interrompe nel 1858 – scusa ufficiale, la “ripavimentazione di via Toledo “ - e riprende nel 1896, quando è proprio Giuseppe Pitrè a disegnare un apparato a tre livelli, così imponente da bloccarsi ad ogni angolo di via, tra le casupole e vicoli del centro storico, ancora non “tagliato” da via Roma.
Fino a quel momento il Festino aveva abbinato, al famoso percorso dei Carri, i fuochi alla Marina, i cantastorie Orbi, accompagnati da violinisti abbastanza improvvisati, cantavano la storia della Santuzza.
La giornata del 15 luglio era invece interamente dedicata alla processione religiosa dell’urna argentea con le reliquie, e alla partecipazione delle confraternite.
Veniva lanciata una lotteria pubblica, La Beneficiata, e correvano i cavalli berberi per le vie della città.
Nel 1924, per il terzo centenario del ritrovamento delle reliquie, si recupera la tradizione del Carro trionfale ma è statico, non in movimento; siamo tra le due guerre e da lì a vent’anni Palermo sarà distrutta dalle bombe americane.
Pensare al Festino è fuor di luogo, si dovrà attendere il 1974 quando il sindaco democristiano Giacomo Marchello affida all’architetto Rodo Santoro l’incarico di disegnare il famoso “carro” storico che resterà in auge per almeno quindici anni.
Santoro si ispirerà proprio a Paolo Amato, sotto la famosa conchiglia-nave, c’è addirittura un’intera orchestra; lo trainano 24 coppie di buoi provenienti da Godrano.
Il 1999 è l’anno di Jérôme Savary che incorrerà negli strali dell’allora arcivescovo per il suo Festino “Sinfonia dei due mondi”, con suoni e ritmi cubani, musicisti e ballerine seminude, un po’ Rio e un po’ Ballarò.
Tra il 2000 e il 2001 sfila il carro con le ali d'argento creato nell'edizione 1998, con l'aggiunta di una prua a forma di saraceno, disegnato dallo scenografo Fabrizio Lupo: attraversa l'oceano e sfila per il Columbus Day nel 2003 e 2004.
Ed è ancora a New York.
Nel 2007 i carri sono diversi, resta nel ricordo di tutti quello dell’artista greco Jannis Kounellis che immagina un peschereccio con la vela interamente tessuta di Swarovski.
Il carro del 2019 è realizzato interamente dai detenuti dell’Ucciardone, sotto la guida di Fabrizio Lupo; quello dell’anno scorso ha reso omaggio a Biagio Conte e a padre Pino Puglisi, di cui ricorreva il trentennale dell’uccisione.



