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Come Rosalia divenne patrona di Palermo

Dalla peste al ritrovamento dei resti mortali

“Informatione del pestifero et contagioso morbo”: così è intitolato il trattato scritto dal proto-medico Giovanni Filippo Ingrassia (1512-1580) ed è uno spartiacque nella storia della cura e del controllo della peste che sin dal XIV secolo imperversava in tutta Europa.
Tra le ondate che colpirono la città di Palermo ricordiamo quella del 1575 ed è proprio in quella occasione che la perizia di Ingrassia diede il suo meglio.
La politica di controllo del medico divenne un vero e proprio codice sanitario a cui attenersi scrupolosamente.
La pratica del barreggiamento, bruciare gli indumenti infetti e la forca per chi contravveniva a questi dettami è la sintesi del programma di Ingrassia.
L’organo adibito alla vigilanza della pubblica sanità era la Deputazione di Sanità.
Proprio nel 1575 chiunque avesse un malato di peste in casa veniva barreggiato e la stessa veniva sorvegliata a vista da guardie.
Una delle novità più importanti nella cura dei malati che vede protagonista sempre Ingrassia, fu la separazione nei Lazzaretti dei malati; quelli in via di guarigione venivano separati dai malati in edifici diversi, per esempio gli edifici della Cuba.
Anche le sepolture per ordine di Ingrassia vennero disposte fuori dalle chiese e lontano dai centri abitati per non entrare in contatto con “la putredine” dei corpi.
Così con costanza e incessante lavoro nel maggio del 1576 Palermo venne liberata dalla peste.

Il 24 giugno del 1624 la città venne nuovamente dichiarata infetta e venne riunita la Deputazione di Sanità tra i medici va ricordato Marco Antonio Alaymo compaesano e continuatore del lavoro di Ingrassia.
Il codice sanitario di Ingrassia venne messo in pratica ma in ritardo: il morbo non venne subito identificato.
La peste imperversava a Palermo molto violentemente tanto che il papa Urbano VIII prese provvedimenti per i pellegrini provenienti dalla città (il 1625 era l’anno del Giubileo).
L’arcivescovo Giannettino Doria impose quarantene e fece attuare le già note misure preventive di Ingrassia ma durante questa ondata ci fu una novità, Rosalia Sinibaldi.

Il 15 luglio 1624 vennero ritrovati i resti mortali della giovane Rosalia grazie alla visione di Girolama La Gattuta e accertati da una commissione medico-anatomica.
Doria attuò quindi parallelamente a provvedimenti di natura sanitaria, quelli di natura religiosa evitando anche che la devozione popolare per la Santa, diventasse superstizione.
L’arcivescovo diede avvio quindi all’affermazione del culto di Rosalia.
I casi di peste e il numero dei morti andava decrescendo e il 3 settembre 1625 la città fu liberata dal morbo.

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